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TERCHIDDO

IL VILLAGGIO SULLA PIANA DI SANTA LUCIA

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Terchiddo (in logudorese Trechiddo) era un villaggio situato sulla piana di Santa Lucia, nei pressi della borgata Sa Riforma. La villa era collocata in una valle ben riparata da un gruppo di colli: Sas coronas de Terchiddo, Montiju Ruju, Monte longu. La sua esistenza è certificata da vari e numerosi documenti: fonti ecclesiastiche e non dal XII secolo fino al XVII. Nell’ultimo periodo della sua esistenza, la parrocchia di Terchiddo venne aggregata a quella di Ittireddu.

Attualmente di essa rimangono le fondamenta della chiesa di Santa Maria - situata vicino alla sorgente Funtana Su Bullone - e i ruderi in stato di rovina della chiesa di Sant’Elena - situati su un’altura che sovrasta il sito, a mezza costa del colle Sas coronas de Trechiddo. Della fabbrica religiosa, di modeste dimensioni, a pianta rettangolare mononavata, si conservano il basamento delle pareti laterali e un fronte, realizzato in pietrame informe. Se si presta fede alla tradizione, Sant’Elena fu la sua prima parrocchia, sostituita in seguito da San Matteo (che funse poi da cimitoriu, di cui non rimane traccia), infine da Santa Maria, come attesta il Registro Parrocchiale della villa di Terquiddo. Le fonti citano un ulteriore luogo di culto, di cui non rimangono resti: San Giorgio.

La morte del paese di Terchiddo non fu repentina, come la sua leggenda fa credere, ma lenta e inesorabile: dal censimento presente nell’Ultima pax Sardiniae, nel 1388 Terchiddo poteva contare 275 abitanti (esclusi i nullatenenti); nell’ultimo censimento del 1688, gli abitanti erano solo 22. Nel particolare l’atto di decesso della villa di Terchiddo può essere considerato il Verbale della visita pastorale dell’arcivescovo turritano Don Joan Morillo y Velarde - Don Giovanni Morillo e Velarde (API, Registro dei Libri Parrocchiali di Ittireddu - Datum en Iteri fustiarbus a 14 de Abrile 1696). In esso l’arcivescovo raccomanda al Rector Juan Maria Seque di raccogliere e custodire tutto ciò che si trovava nella chiesa parrocchiale del paese ormai disabitato di Terchiddo (dicha villa que al presente no tiene habitadores).

 

LEGGENDA

Ciò che più colpisce di questo luogo è la leggenda che aleggia sulla fine di questa villa. Due giovani innamorati, Zirone Seche (Girolamo Sechi) e Maria Grascia (Maria Grazia, non è noto il cognome), si rivolsero al parroco di Terchiddo, Babbai Juanne ‘e Sozu (don Giovanni Sotgiu) per ottenere dispensa papale, necessaria per il loro matrimonio poiché erano cugini secondi. Il sacerdote, invaghitosi della ragazza, non solo non mantenne la promessa, ma tentò di allontanare Zirone da Maria Grascia cercando invano di convincerla a maritarsi con il minore dei suoi fratelli. La donna non accettò questa proposta, dunque il sacerdote fomentò l’odio dei suoi fratelli per l’umiliazione subita per questo rifiuto: i due furono istigati a incendiare un chiuso seminato a grano di Zirone e a decimare il suo bestiame. L’uomo, esasperato da questi soprusi e resosi conto delle morbose attenzioni del rettore per la ragazza, meditò un omicidio, che ebbe luogo nella chiesa parrocchiale durante la messa domenicale: mentre Babbai ‘e Sozu consacrava l’ostia, Zirone fece partire dal suo archibugio una scarica contro il sacerdote; subito dopo scappò con la sua innamorata, facendo perdere le sue tracce. In un’altra versione della leggenda i due innamorati si rifugiarono a Muristene. Prima di spirare, il sacerdote maledì Terchiddo: la villa fu colpita poco dopo da carestia, peste, malaria, “cavalli verdi1”.

Gli abitanti di Terchiddo sopravvissuti a queste disgrazie fuggirono cercando nuova dimora: i buoi che trainavano il carro con le campane di Santa Maria si fermarono a Muristene; proprio qui gli uomini si stabilirono e nacque Bonorva.

In realtà il finale della leggenda che lega la fine di Terchiddo alla fondazione di Bonorva è priva di fondamento storico: le due ville coesistevano fin dai secoli XII-XIII. Non a caso, secondo quanto Enrico Costa sostiene di aver udito da un contadino di Bonorva, in un’altra versione della leggenda Babbai ‘e Sozu non sarebbe morto sul colpo ma sarebbe stato trasportato proprio a Bonorva con la speranza di salvarlo, seppur inutilmente: il parroco morì il 16 novembre 1664. Al contrario, si può pensare che parte dei Terchiddesi si siano trasferiti a Muristene: effettivamente a Bonorva rimane traccia di una famiglia Sechi, di origini popolane, chiamata Sos trequiddesos (i Terchiddesi). Inoltre, poiché il rettorato di Terchiddo era stato legato a quello di Ittireddu, si potrebbe pensare che le campane (che, al di là di ciò che narra la leggenda, non si trovano a Bonorva) siano state portate a Ittireddu, ma di ciò non si ha prova alcuna.

Il parroco di cui parla la leggenda è effettivamente esistito e realmente morto a causa di un’archibugiata il 16 novembre 1664: ne è testimonianza il suo atto di morte e sepoltura (APB, Registro dei Libri parrocchiali, Decessi a. 1664).

 

 

 

 

[1] Con l’espressione “cavalli verdi” probabilmente si indicava o un’invasione di cavallette o la gualdrappa verde - colore tradizionale islamico - dei cavalli dei guerrieri saraceni; non a caso le fonti parlano di incursioni dei Mori nella vicina Pozzomaggiore e a San Simeone.

BIBLIOGRAFIA

 -    Costa E., Racconti - Le rovine di Terquiddo;

 -    Deriu G. - Chessa S., Meilogu, TOMO I, L’assetto territoriale dell’odierno Meilogu dal basso Medioevo ai nostri giorni, con particolare riferimento alle curatorie di Meilogu e Costa de Addes, Editoriale documenta, Cargeghe 2011;

 -    Deriu G. - Chessa S., Meilogu, TOMO II, La curatoria di Costa de Addes (Bonorva e Semestene), Editoriale Documenta, Cargeghe 2014;

 -    Deriu G., L’insediamento umano medioevale nella curatoria di “Costa de Addes”, Magnum edizioni, Sassari 2000;

 -    Marruncheddu T., Bonorva, la villa che visse due volte, Edizioni della Torre, Cagliari 2014.

A 16 de 9bre 1664 Bonorba. A sos 16 de 9bre es mortu su R.do G.oe Sogiu Rectore de sa villa de trequiddo de edade de baranta annos vel circa su q.le es mortu de una archibusada…

Il 16 di novembre è morto il Reverendo Giovanni Sotgiu, rettore della villa di Terchiddo, dell’età di circa quarantanni, il quale è morto per un colpo di archibugio…

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